Un quadro è un tassello del tempo di un pittore: ritratto di Antonino Gaeta

Giungo da Artè Studio Gallery, in Viale della Regione Siciliana N.O. 2841, a Palermo, a metà mattinata, ma Antonino Gaeta è a lavoro da almeno due ore perché, come mi dirà tra poco, quello dell’artista è un mestiere e va praticato con impegno quotidiano, e con assiduità, proprio come gli ha insegnato il suo maestro, Franco Nocera.

Mentre mi muovo tra i suoi spazi “come fossi a casa mia”, proprio perché lo Studio Artè è nato con la ferma convinzione di essere un luogo di incontro e di dialogo, di scambio e arricchimento culturali, mi colpisce il meticoloso ordine, un ordine però pulsante di vita e di energia creativa.

La nostra chiacchierata inizia subito ed è un lungo racconto fatto di decenni (ben 27 anni!) che si inseguono e si imprimono sulle pareti della Casa-Studio di Antonino Gaeta, reduce della sua apprezzata tre giorni all’Edizione 2019 de La via dei Librai.

Antonino Gaeta inizia col mostrarmi una delle sue primissime opere, che risale all’inizio degli anni ’90 e che rappresenta appieno la sua costante esigenza di “plasmare le cose”. Eccola:

Questa esigenza di maneggiare artigianalmente le cose, soprattutto il legno, l’ha ereditata principalmente dal padre che costruiva giocattoli e li costruiva per lui che amava guardarlo e imitare i suoi gesti così coi legnetti creava…Come mi racconta, nel corso degli anni, “Ho lavorato con il legno, con la cartapesta, con il ferro, assemblando materiali e tentando di costruire varie forme ”proprio come quella della prima immagine che raffigura una crocifissione e, al contempo, una vela ma quello che più lo interessava era “l’intreccio dei materiali, intersecando il morbido con quello più duro, la linea che diventa segno, diventa trasparenza nella rete metallica”.

Il suo racconto ci proietta verso gli anni dell’Accademia di Belle Arti e il suo incontro con il maestro Franco Nocera, che continua ancora a sentire e col quale ama ancora confrontarsi. Confessa, ridendo, che il professore era solito chiamarlo “il falegname”, per la sua predisposizione a modellare il legno e i materiali prima elencati.

È Franco Nocera ad avvicinarlo alla tela, ai colori e alla pittura, la sua “amante gelosa” anche se, oserei aggiungere, che la sua compagna di vita è sempre stata e sarà sempre la scultura perché ogni opera introietta la sua mania di sperimentare e plasmare, quasi giocare con i materiali e la loro fusione e/o commistione. Così Antonino Gaeta mi mostra altre opere più recenti, che risalgono al 2014-15 e che ha correttamente chiamato tele-tavole, “un tentativo di andare oltre la tela, che non è l’oltre di Fontana, non è un oltre psicologico, ma un oltre fisico”.

Come nasce una tela tavola? “Parto dal nucleo centrale che è la tela, per poi diventare scultura. È come se allungassi il colore, lo stendessi, quasi come un elastico, costruendo delle forme, anche oniriche e fantasiose. Qualcuno ci vede un drago o una sirena, qualche altro ci vede motivi decorativi tipici dei carretti siciliani. I colori, poi, sono molto accesi.

Un elemento che compare sempre nelle tele-tavole è una piccola capsula, una sorta di piccolo cosmo che altro non è che del colore essiccato rimasto del lavoro precedente ed era, quindi, una sorta di gene che si trasmette da un lavoro all’altro”.

Questa fase creativa in cui l’aspetto ludico e di fantasia ha prevalso sull’aspetto ragionato, si è conclusa con una mostra personale alla Galleria Prati, proprio nel 2015. Gaeta ha dovuto fermarsi perché ha avuto il timore di allontanarsi eccessivamente dalla pittura.

Nel 2016, proprio nella casa studio in cui ci troviamo, nasce la Casa Futurista Artè, in omaggio al Futurismo e ai futuristi come Pippo Rizzo, cui era intitolata un’aula dell’Accademia di Belle Arti. Come mi racconta “nel 2016, ho deciso di mettere insieme tutto quello che avevo maturato sul concetto del futurismo, slegato dal concetto più o meno politico , prendendo il discorso suntivo di questo approccio: la capacità di opporsi alla Stasi, ossia la velocità che non era solo motoria, ma un agire sociale, del pensiero. Mi ha poi colpito questa voglia di contaminazione della realtà quotidiana attraverso l’arte perché il Futurismo si è occupato di teatro, musica, cinema, design”.

Precisa poi che lo spazio è nato con l’esigenza di “portare l’esterno verso l’interno” attraverso il confronto e il dialogo tra gli artisti allo scopo di arricchirsi e di crescere insieme anche se confessa di trovare spesso resistenze.

Oggi la casa-studio non si chiama più Casa Futurista Artè, ma solo Artè Studio Gallery perché ha sentito l’esigenza di tornare a concentrarsi sul suo percorso personale di crescita e ha scelto come logo il toro con tre zampe ferme e una sollevata per enfatizzare la sua voglia di rimanere coi piedi per terra senza però perdere la sua voglia di muoversi, andare fuori e continuare a ricercare e sperimentare. Il toro rappresenta la sua esigenza di andare verso l’esterno e la stessa esigenza è rappresentata pure dalla bicicletta che è l’emblema del “progetto ”Zang Tumb Tumb Bike”  Gaeta vuole andare fuori , ma paradossalmente, anche se in bicicletta ci si muove, vuole rallentare i ritmi della società moderna, fatta di estrema velocità e di frenesia. Oggi dice, “siamo ingabbiati in questa velocità, non abbiamo più tempo di soffermarci a guardare qualcosa o di chiacchierare” e con la bicicletta ho avuto l’esigenza di rallentare, andare in giro per Palermo, conoscerla e farla conoscere  cambiando l’angolazione con cui guardarla.

“Io ho cambiato casualmente il filtro emotivo perché ogni lavoro nasce da un filtro emotivo.”

E cambiando questo approccio, cambia il tipo di opere che in questi ultimi mesi contraddistinguono la pittura di Gaeta. Andando in giro per Palermo in bicicletta con una piccola tela o un book, l’artista si ferma talvolta per cogliere uno scorcio o una sensazione di fronte alla quale si trova. E’ nata così In assenza omnia” coi bambini di Piazza Garraffello o la tela che ha immortalato la presenza di Uwe a Palermo. Questo nuovo filtro o occhio vuole indurre l’osservatore a fare una riflessione su ciò che lo circonda. Questa riflessione diventa pregnante nelle opere come Aylan o Avec moi dove Gaeta prende come esempio soggetti artistici famosi e appartenenti a pieno diritto alla storia dell’Arte o soggetti storici controversi “per suscitare un meccanismo shock tra il raffigurato e il significato sotteso”, nell’uomo contemporaneo e fargli rivedere e rileggere i maestri del passato come Guttuso, che confessa di amare follemente, o Pippo Rizzo o Gianbecchina o Totò Bonanno.

“Il mio lavoro può essere contestabile, ma mi si deve riconoscere che lo faccio perché ci credo. Avverto l’esigenza quasi genetica  e antropologica di tutelare alcuni aspetti della nostra realtà che si stanno spegnendo”.

Buon lavoro, Antonino!

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