Vasi nuovi, rotti e riparati…insomma post in cocci!

Noi antropologi (almeno io lo sono e a me succede!) traiamo ispirazione da qualsiasi cosa vediamo o sentiamo camminando per strada, guardando la televisione o buttando un occhio fugace su un social a casaccio. L’antropologia è nel quotidiano, è quotidianità. Certo, chi vive troppo dentro questa quotidianità non se ne accorge, ma chi riesce a guardarla dal confine, scopre risposte latenti a domande mai poste o mal poste.

Da un po’ mi occupo di terrecotte e dei simboli ad esse associati. Vedete la figura in basso? Sono ceramiche antropomorfe della cultura eneolitica di Baden-Pécel, presente nell’Europa Centrale del II millennio a.C.devries019

Sono vasi che riproducono in modo stilizzato le fattezze umane: occhi, nasi, bocche appena accennate, braccia e seni.

Il vaso è reso umano e l’Uomo simboleggia. Qualche millennio e secolo dopo anche nella Grecia Antica troveremo vasi simili, spesso oinochoe femmine perché, mentre l’uomo vi pone dentro vino o olio o liquido seminale, la donna accoglie e contiene e conserva.

Con la latinità, poi, le teste restano vasi o diventano coperchi di terracotta: testa, infatti, deriva dal latino testu o testum, ossia vaso o coperchio…con tutte le battute o modi di dire strambi che ne sono derivati. Sto pensando al diavolo che fa le pentole ma non i coperchi (ecco perché i cretini sono sempre in maggioranza!) o al detto “perdere la faccia” o “perdere la testa” per qualcuno…figuriamoci che succede quando va in mille pezzi, sia l’una sia l’altra.

Si riparano, no? Ed ecco la genialata, che accomuna siciliani e giapponesi! Fino a circa 50 anni fa, era, infatti, ricorrente in Sicilia la pratica di ricucire veramente i cocci rotti del vasellame di terracotta che si aveva in casa. Quando passava per le vie u consalemmi, era fatta: era un artigiano che armato di colla e fil di ferro, riparava il piatto, il vaso e similari rendendo così riutilizzabili gli oggetti sanati.

consalemmi

Non si buttava niente insomma!

Assai simile all’arte del consalemmi è la pratica giapponese dello kintsugi (金継ぎ), o kintsukuroi (金繕い), ossia del riparare con l’oro o con l’argento i vasi rotti: essa consiste nel ricongiungere i cocci colandovi sopra oro o argento allo stato liquido. Tecnica simile a quella del consalemmi vi pare? L’effetto è abbellente e altamente simbolico..almeno nell’interpretazione comune: le ferite possono guarire ma restano le cicatrici che non vanno nascoste altresì valorizzate perché aiutano a crescere e a maturare. Probabilmente. Se quella del consalemmi fosse equiparabile ad un’arte del riciclo, quella del giapponese che pratica il kintsugi rassomigliarebbe forse a un’arte del riciclo creativo, in grado, pensate, di rendere dei cocci in opere preziosissime.

Io preferisco i vasi intatti perché la mia tendenza è quella di focalizzarmi paranoicamente solo sulle incrinature. Ed è finita. Cosa proporre in alternativa? Due soluzioni possibili:

1) vivere in vetrina o foderati da giubbetti salvaurti;

2) se si rompe un vaso, ricomprarne un altro, tanto viviamo l’era del consumismo e dello spreco sfrenati. C’è la crisi starete pensando? Come mi ha suggerito un amico, andiamo dai cinesi.

A voi la palla di terracotta da cui trarre la morale di questo post così sconclusionato e mezzo rotto.

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