La pittura emozionale di Cristiano Guitarrini

“…Ammonticchiati là come giumenti
Sulla gelida prua morsa dai venti,
migrano a terre inospiti e lontane;
Laceri e macilenti,
Varcano il mare per cercar del pane.
Traditi da un mercante menzognero,
Vanno, oggetto di scherno allo straniero,
Bestie da soma, dispregiati iloti,
Carne da cimitero,
Vanno a campar d’angoscia in lidi ignoti.
Vanno ignari di tutto, ove li porta
La fame, in terre ove altra gente è morta;
Come il pezzente cieco e vagabondo
Erra di porta in porta,
Essi così vanno di mondo in mondo…”

(Versi tratti da “Gli emigranti” di Edmondo De Amicis)

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Marga Rina, Cristiano Guitarrini davanti a “Gli ultimi”

Pare proprio che l’artista di Bracciano, Cristiano Guitarrini, abbia dipinto il suo olio su tela dal titolo “Gli ultimi”, mentre nelle orecchie gli echeggiavano i versi accorati e tragici di Edmondo De Amicis, che compose “Gli emigranti” nel 1882, in memoria di coloro che, in quei decenni, lasciavano l’Italia per trovare fortuna in America.

Molto emozionale, sensibile e assai affettiva è la pittura di Cristiano Guitarrini che, dal 2 ottobre scorso, presso la Galleria Elle Arte di Palermo, sta esponendo “Nei fuochi della città” e lo farà fino al 30 ottobre 2015. Come già riportato nel post di presentazione, questa mostra personale riunisce ventidue oli e quattro acquarelli intorno ai temi più cari di Guitarrini: lo spazio urbano di Palermo, per la quale pare avere una certa predilezione (Evvai!), le stazioni ferroviarie, i micromondi che popolano le metropolitane di Roma, i nudi femminili e, come si evince dall’immagine in alto, i migranti e la loro precarietà.

Ma cosa vedo? Nella foto in alto, oltre al profilo di Cristiano Guitarrini, c’è anche il profilo della vostra Marga Rina che ha avuto il piacere di incontrarlo personalmente, sia in occasione della collettiva “Destinazione Palermo. La città diffusa” (ospitata dalla Galleria Elle Arte di Palermo, tra maggio e giugno scorsi), sia l’1 ottobre, il giorno prima dell’inaugurazione di “Nei fuochi della città”…esatto! Ho visto la mostra in anteprima!

Prima di riportare cosa mi ha raccontato l’artista, eccovi qualche notizia biografica! Anzi…no! Vorrei fossero i suoi quadri emozionali a “parlare” per lui, insieme con i suoi pensieri più genuini e immaginifici perché, quando parla, è come se ogni sua parola fosse una pennellata su una tela sospesa!

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Per i curiosi più incontinenti circa la sua biografia, l’elenco delle sue esposizioni, i suoi pensieri sparsi e i commenti critici sulle sue opere, vi rinvio al suo sito internet.

Marga Rina: Ciao Cristiano! Vado subito al dunque, come solita fare!

In “Nei fuochi della città”, hai inserito molte opere su Palermo. Guardandomi adesso intorno vedo un paio di scorci del Teatro Massimo, uno dei Quattro Canti, Porta Sant’Agata o le gru della Cala.

Perché Palermo è al centro di molte tue opere?

Cristiano Guitarrini: In verità anche per caso! Mi è capitato di venire più volte qui a Palermo e sono stato, come molti, affascinato dalla città. Possiede i suoi lati splendidi e monumentali e i suoi lati meno attraenti: mi ha, infatti, molto colpito questo contrasto tra il degrado di alcune zone e la monumentalità di un passato molto importante. È anche piena di zone attraenti e ti viene voglia di dipingere tutto!

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“L’oleandro fiorito” e “Visione dal Canto”

M.R.: Il fuoco o cuore di Palermo è, soprattutto, presente nella “Visione dal Canto”. Perché è una visione?

Mi piace, per l’occasione, riportare quello che Claudio Strinati ha scritto a proposito della tua tendenza a “ tradurre in immagini stati d’animo”.

C. G.: Il mio approccio è tendenzialmente realista, come puoi vedere, però tendo talvolta a trasfigurare il lato visivo e, quindi, mi capita spesso per un eccesso di emotività, sensibilità, di modificare quello che vedo. Io, ci tengo a precisare, non adotto una visione fotografica quando dipingo i miei scorci urbani.

M.R.: Hai acceso un fuoco ne “L’oleandro fiorito” del Teatro Massimo? Colpisce moltissimo il contrasto tra i lati ombrosi e, nel mezzo, quest’arbusto illuminato.

C.G.: Il fuoco è sicuramente collegato alla luce, c’è del fuoco lì. Io sono attratto dal legame che c’è tra la materia, la luce e lo spirito: sono tre elementi che io, in alcuni quadri, inserisco e che mi piace ritrovare in altri artisti come Rembrandt. Spesso io sono attratto da queste tre cose che cercano di comunicare tra di loro, al di là del soggetto e del tema. Spesso il tema non è così determinante, ma fondamentale è il legame che materia, luce e spirito riescono ad instaurare tra loro. In una sua bellissima frase Guttuso diceva che un pittore arrabbiato che dipinge una mela è capace di un dramma di cui non è capace un pittore sereno che dipinge una battaglia. È, quindi, un’attitudine nei confronti del soggetto e dell’opera. È anche vero che, quando dipingo certi temi, mi sembra di fare un gesto che, oltre ad essere estetico, è anche etico. 

Comunque io spesso sono attratto da qualcosa di più impalpabile.

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M.R.: Uno dei tuoi temi – come palesa questa mostra – è lo spazio urbano, uno spazio urbano spopolato, seppur rechi sempre il segno – le architetture! – del passaggio umano. È una scelta voluta annullare la presenza dell’uomo?

C. G.: Dipende dal tipo di opera, dipende da quello che voglio raccontare. Spesso, nei quadri dove appare solo la città, mi attrae la luce, il colore, che posso trovare anche sulla parete di un palazzo, un bagliore, qualsiasi cosa. Nei quadri in cui ritraggo persone dentro la metropolitana di Roma, mi piace “raccontare” le persone di passaggio, i loro pensieri e quello che può passare nella loro testa e nella loro anima. Osservando, ad esempio, una donna sulla metro, che era un po’ isolata, ho pensato che era una donna delle pulizie e che tornava a casa dopo aver fatto un lavoro pesante. In queste scene c’è un rapporto tra il contesto e la figura rappresentata.

Nei quadri solo architettonici, l’interazione è solo tra la luce e la materia.

M. R.: Non a caso, nel tuo sito web, hai scritto che “La luce, in tutte le sue coordinate, disegna lo spazio, il contorno di un oggetto, lo fa vibrare”. L’idea della vibrazione è bellissima proprio perché rafforza il fatto che le tue opere non vanno osservate col solo occhio fisico. Vibrando esse si propagano come i gorghi nell’acqua dopo avere lanciato un sasso…

Altra domanda curiosa: perché ritrai le stazioni ferroviarie?

C. G.: Anche per un fatto accidentale perché abito vicino alla stazione! È un fatto di consuetudine. Dal mio studio io vedo la stazione.

Comunque sono anche interessanti come luoghi di passaggio, dove le persone e le loro storie passano e tu puoi immaginare le loro situazioni. Le stazioni sono luoghi stimolanti.

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“Speranze” in primo piano

M. R.: Il tema dei migranti è purtroppo attualità. Tu sostieni che l’artista sia un forte testimone del suo tempo. Come interverresti per risolvere il tema dell’immigrazione clandestina?

C. G.: Il mio approccio di fronte a queste tematiche non è proprio politico, anche se ho delle idee ben precise, ma è più emozionale. Quando dipingo i barconi carichi di migranti (come accade nel quadro “Gli ultimi” o in “Speranze”, ad esempio), cerco di trasferire uno stato d’animo e, soprattutto, la condizione di precarietà assoluta nei confronti della vita. La vita stessa è precaria.

Analizzando “Gli ultimi” emergono volti carichi di speranza, volti spaesati e con varie altre emozioni. Cerco di enfatizzare il lato umano del fenomeno mentre, dal punto di vista politico, è difficile dare una risposta. Chiaramente mi sento solidale nei confronti di queste persone, alcune delle quali ho conosciuto e mi hanno raccontato le loro storie. Se dovessi intervenire, sarei più propenso per un’apertura piuttosto che per l’ostilità nei loro confronti.

Osservando poi l’opera “Speranze”, ho rappresentato i due migranti dentro una barca con un buco che è una falla e rappresenta la speranza per un futuro migliore che converge nel faro che tiene in mano il bambino.

M. R.: Se ti chiedessero di realizzare un’opera di Street Art, cosa creeresti e dove la realizzeresti?

C. G.: Ѐ una domanda difficile questa perché non mi sono mai immaginato in questa dimensione. Io sono, infatti, un pittore più da studio, da cavalletto. Per me l’atto creativo è molto intimo, molto personale. Se decidessi, però, di cimentarmi in un’impresa simile, come luogo sceglierei Roma, che conosco bene ma neanche Palermo non mi dispiacerebbe. A ben pensarci, immaginarmi in quella dimensione lì mi risulta davvero difficile perché vorrei che le persone arrivassero ai miei quadri in maniera meno plateale. Preferisco un dialogo meno gridato.

M.R.: Grazie Cristiano e in bocca al lupo per questa interessantissima mostra. Tacciamo volutamente di scrivere dei tuoi conturbanti nudi femminili così il visitatore interessato si fionderà in galleria per vederli!

C.G.: Crepi e a presto!

Vi ricordo che oggi, 3 ottobre 2015, Cristiano Guitarrini sarà presente in galleria fino alle 19,30! Non dimenticate, però, che la mostra “Nei fuochi della città” sarà visitabile fino al 24 ottobre 2015, dal martedì al sabato, dalle 16,30 alle 19,30, esclusa domenica  e festivi.

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