Cronaca di un’intervista già annunciata a…Salvatore Caputo

Sabbia a perdita d’occhio, tra le ultime colline e il mare, il mare nell’aria fredda di un pomeriggio quasi passato, e benedetto dal vento che sempre soffia da nord. La spiaggia. E il mare.

[…]

Il cavalletto è ancorato con corde sottili a quattro sassi posati nella sabbia. Oscilla impercettibilmente al vento che sempre soffia da nord. L’uomo porta alti stivali e una grande giacca da pescatore. Sta in piedi, di fronte al mare, rigirando tra le dita un pennello sottile. Sul cavalletto, una tela.

[…]

Di tanto in tanto intinge il pennello in una tazza di rame e abbozza sulla tela pochi tratti leggeri. Le setole del pennello lasciano dietro di sé l’ombra di una pallidissima oscurità che il vento immediatamente asciuga riportando a galla il bianco di prima.

(Alessandro Baricco, Oceano Mare)

Sono le 10 circa di giorno 1 giugno 2015 e sto entrando nello studio di Salvatore e Ilaria Caputo. Vi ricordate la Godot-iana che ho intervistato circa un mese fa? Ebbene, oggi è il “turno” di suo padre Salvatore, che vanta 50 anni di carriera artistica. Giungo allo studio con curiosità mista a emozione perché sicura che questa visita sarà un viaggio per lande interiori da me ancora inesplorate.

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Una panoramica delle opere presenti nello studio di Salvatore e Ilaria Caputo

Vi anticipo sin da subito che si è rivelata un’esperienza multisensoriale davvero unica: ad essere subito sollecitata, come mostrano le immagini che corredano il post, è stata la vista, sia esteriore sia interiore, dei paesaggi dell’anima sia di Salvatore sia mia (perché, come egli afferma, ognuno può specchiarsi in ogni sua opera e trovare qualcosa di sé, delle proprie esperienze), paesaggi dai colori profondi e intensissimi, paesaggi, come ha scritto Aldo Gerbino, “grondanti figurazioni che stanno tra il metafisico e il surreale”; dopo la vista, è stato sollecitato l’udito mentre Salvatore rispondeva ai miei quesiti e mentre immaginavo d’ascoltare “Le onde” di Ludovico Einaudi perchè, come mi ha anche riferito, la musica sa essere d’ispirazione, insieme con la poesia, per le sue opere. Terzo senso sollecitato è stato l’olfatto perché ho avuto il piacere d’essere spruzzata con Anymus, la nuova fragranza tutta siciliana del marchio Triquetra, di cui vi scriverò tra poche righe ed essere ammaliata da odori intensi e potenti.

Prima di dargli la parola, ve lo presento purtroppo brevemente perché trovo davvero difficile condensare in poche righe un’attività artistica davvero ammirevole, che è mutata e si è trasformata tanto negli anni e non poteva che essere così per un artista così sensibilmente eclettico come Salvatore Caputo, la cui produzione include opere di pittura, grafica, scultura e medaglistica. Chi non avesse visitato il ciclo di 6 esposizioni intitolate “Colori vissuti”, ognuno dedicata ad un decennio della sua attività, dagli anni ’60 ai nostri giorni, ospitata dal Complesso Steri, a Palermo, lo scorso 2014, può visitare il suo sito internet e ammirarne un’accurata selezione.

Salvatore Caputo è un artista originario di Castell’Umberto (Me), dove ha trascorso la sua infanzia, ma panormitano d’elezione. Ha iniziato a dipingere giovanissimo e da allora non l’ha fermato più nessuno. La sua carriera artistica è sempre stata votata alla ricerca e alla sperimentazione stilistica ed espressiva con risultati pregevolissimi: nelle prime opere prevale la figurazione, soprattutto femminile, cui è seguita una svolta definita da Gerbino “fantagasteropodica”, dove la figura femminile tende a divenire pietra o a scomparire dando spazio a paesaggi surreali che recano echi magrittiani ed ernstiani; dagli anni ’80 prevalgono i paesaggi e i colori diventano ora scuri e cupi, ora luminosi e mediterranei. Sono paesaggi dell’introspezione e della riflessione solitaria, dove ritrovare se stessi e i significati primordiali.

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La vostra Marga Rina e Salvatore Caputo

Marga Rina: Buongiorno Salvatore. Dato che Nicola Cristaldi ha scritto che in ogni sua opera “non è l’immaginazione che cerca l’emotività ma la poesia che mette ordine a una miriade di elementi che si trovano nelle nostre isole, nella realtà o nella memoria”, vorrei iniziare col rimembrarle una poesia di Salvatore Quasimodo a lei assai nota:

S’ode ancora il mare

Già da più notti s’ode ancora il mare, 
lieve, su e giù, lungo le sabbie lisce. 
Eco d’una voce chiusa nella mente 
che risale dal tempo; ed anche questo 
lamento assiduo di gabbiani: forse 
d’uccelli delle torri, che l’aprile 
sospinge verso la pianura. Già 
m’eri vicina tu con quella voce; 
ed io vorrei che pure a te venisse, 
ora, di me un’eco di memoria, 
come quel buio murmure di mare.

“S’ode ancora il mare” è sia il titolo di una poesia di Salvatore Quasimodo, sia il titolo di una sua esposizione, insieme con Manlio Giannici,  ospitata dalla Galleria Elle Arte di Palermo, nel 2001.

Salvatore Caputo come Salvatore Quasimodo: come si è sentito all’idea di questo comprensibilissimo accostamento?

[Salvatore Quasimodo, come molti sapranno, è stato un poeta siciliano tra gli esponenti dell’Ermetismo e vincitore del premio Nobel per la Letteratura nel 1959.

Scrisse varie raccolte poetiche, la prima delle quali fu “Acque e terre”, del 1930, nel quale, lasciata ormai da tempo la Sicilia, contempla la sua terra natale e la ritrae come emblema della felicità perduta.

Salvatore Caputo, nato a Castell’Umberto, in provincia di Messina, nel 1947, ha lasciato la Sicilia Orientale per trasferirsi a Palermo, dove attualmente risiede]

Salvatore Caputo: Salve Marga Rina. Il mare, in un certo periodo, è ed è stato il protagonista delle mie opere.   Quel mare e quelle situazioni, quelle suggestioni che ho ritratto sono appunto le suggestioni dell’infanzia, dei Nebrodi, del Tirreno che si affaccia sulle isole Eolie che è appunto simile alle sensazioni che provava Quasimodo quando ha scritto, oltre che “S’ode ancora il Mare”, anche “Vento a Tindari”. Credo che l’accostamento sia appropriato perché c’è una reale affinità elettiva tra me e Quasimodo, anche se io ovviamente non l’ho mai conosciuto.

M.: L’ho conosciuta visitando la collettiva “Nocturna Insula. Vedute e paesaggi notturni siciliani”, alla galleria XXS di Palermo, nel periodo novembre-dicembre 2014.

Ho ammirato la sua “Notte di Primavera” sia per il calore sanguinoso che d’essa prorompe, sia per la tecnica mista usata, in cui ha mescolato olio, acrilico con la sabbia.

La notte è un tema ricorrente, come mai?

S.C.: La notte è la parte misterica di ognuno di noi, la parte più intensa, la parte nella quale ognuno sta con se stesso, la parte in cui risiedono i sogni, non soltanto i sogni del sonno vero e proprio, ma i sogni che uno elabora quando rimane solo con se stesso. Il buio, secondo me, coincide con tutte queste cose mentre il giorno rappresenta, ovviamente, la solarità, la gioia di vivere, la proiezione verso una dimensione più mediterranea rispetto alla notte. Nelle mie opere, Infatti, compare sempre questa dualità tra il giorno e la notte. Io, personalmente, soprattutto in questo periodo, preferisco la notte. Sono tutte notturne le opere che realizzo in questo periodo. [Mentre mi mostra un’opera alle sue spalle, intitolata Magica notte], questo è il penultimo, tutto giocato sui neri, che evocano i miei ricordi personali.

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Salvatore Caputo e la sua “Magica Notte”

M.: Come realizza le opere con la sabbia? Mischia la sabbia col colore?

S.C.: No. Ci sono 2 percorsi per i miei quadri: alcuni, in cui non uso la sabbia, nascono e crescono nel fare; quando, invece, ci sono le sabbie la costruzione deve essere già precostituita. In questo secondo caso, prima incollo le sabbie sul supporto, poi dipingo sopra e non posso più cambiare durante la lavorazione dell’opera tranne alcune cose perché l’architettura principale del quadro rimane quella originaria.

M.: Il mare è quasi una costante nelle sue opere: compare sullo sfondo o a circondare un’isola o una collina, proprio come accade nella recentissima “Antica carta di Palermo”, attualmente esposta, insieme con una sua altra opera, alla Galleria Elle Arte, nell’ambito della collettiva “Destinazione Palermo”, visitabile fino al 19 giugno 2015.

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Antica carta di Palermo

Nel mio post, scrivendo di “Antica carta di Palermo”, io ho scritto che il mare pare nebbia e sembra quasi che dal mare possano, da un momento all’altro, saltar fuori ricordi come pesci: la mia è stata un’interpretazione corretta?

S.C.: Per me le carte sono la sedimentazione dei ricordi, nel senso che la carta trattiene le nostre idee, le nostre immagini, le nostre sensazioni, soprattutto quando è antica. La carta antica, infatti, evoca il ricordo sommerso per cui il mare può essere visto con i pesci, senza i pesci e con tutto quello che ricorda la situazione marina e lo stato di fluttuazione libera.

M.: Questa memoria si rifà anche al mito?

S.C:: Il mito è una parte importante della mia produzione, insieme con tutto ciò che evoca il nostro passato greco, dato che la Sicilia e, soprattutto la Sicilia Orientale, era parte integrante della Magna Grecia.

Il mito è da me inteso soprattutto come ricordo delle mie e delle nostre origini e come nostro carattere distintivo. Quindi per chi lavora con le immagini ancestrali, il mito per forza di cose deve esserci, è quasi onnipresente.

M.: Ha iniziato a dipingere giovanissimo e già a 16 anni ha esposto la sua prima mostra personale. Come si è avvicinato alla pittura?

S.C.: La prima personale a 16 anni ma ad altre collettive e concorsi avevo partecipato anche prima. Mi dispiace dirlo ma arrivavo sempre primo anche se ammetto che erano cose giovanili. Da allora ho continuato incessantemente e proprio l’anno scorso a palazzo Steri di Piazza Marina, a Palermo, è stato organizzato un ciclo di esposizioni per celebrare i miei 50 anni di attività.

Nella quadreria dello Steri, inoltre, insieme con opere di artisti noti come De Pisis, solo per fare un nome, è pure custodita una mia opera.

M.: In questi 50 anni di carriera artistica, cosa o chi l’ha sempre ispirata?

S.C.: L’ispirazione per un quadro è una cosa strana. Può venire da una sensazione, un paesaggio visto, anche se i miei sono paesaggi dell’anima che poi ritrovo camminando. Può venire dall’ascolto di un pezzo musicale, può venire, soprattutto per quanto mi riguarda, dalla poesia, io sono molto legato al mondo poetico. Infatti, non a caso, stiamo preparando una mostra con Aldo Gerbino che è stato nella mia casa di campagna e, siccome è un posto abbastanza fascinoso, ha scritto 12 poesie e io sto realizzando altrettante opere per una mostra che sarà organizzata il prossimo anno.

Tornando all’ispirazione, io posso trovarla anche dalla visione di altre opere pittoriche che non significa copiare ma che significa rivedersi in esse.

Il ventaglio è davvero vastissimo. Esso determina la necessità, io la chiamo così, o quasi il bisogno di realizzare un’opera perché ognuno poi dipinge per se stesso. Anche se sono altri a commissionare un’opera, le opere sono come uno specchio perché in essa ognuno vede se stesso. Io racconto sempre questo aneddoto: una volta, al pittore Tozzi un critico d’arte chiese “Maestro, il titolo di questo quadro qual è?” e lui gli rispose “Io sono ancora indeciso se mettere “Volto di donna” o “Bue al lavoro”” per dire che il titolo è una stupidaggine perché è un vincolo, perché ognuno dovrebbe rispecchiarsi nel quadro e dargli personalmente un titolo.

M.: Forse il “Senza titolo” potrebbe essere la scelta migliore…

S.C.: Il senza titolo è un titolo perché è la negazione del titolo.

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Particolare del tessuto dipinto per “Wear the difference”

M.: Recentemente, come anche mostra l’immagine di un dettaglio, ha dipinto un tessuto per l’iniziativa benefica “Wear the difference”. Come mai i colori usati sono diversissimi da quelli che ci circondano?

S.C.: Diversa è la destinazione per l’opera. Sarà indossata e mi piace vedere l’idea della primavera addosso a una persona. Dovrebbe divenire una casacca, anche se era un pezzo di stoffa delle dimensioni di 2×1,45 metri. Forse ci ricaveranno un cappotto! Tutte le opere realizzate da me, mia figlia Ilaria e altri artisti saranno esposte il 24 e il 25 giugno 2015 a Palazzo Riso.

M.: Quale e dove sarà la sua prossima mostra?

S.C.: Sarà a Pietrasanta, in provincia di Lucca, il centro del mondo per quanto riguarda le arti o, come è stata rinominata, “la piccola Atene”. È un luogo così rinomato perché, nelle vicinanze, ci sono le cave di marmo, i più grossi laboratori di marmo e ci sono le più grosse fonderie. Le gallerie più importanti d’Italia sono a Pietrasanta. Botero ha la casa là, Mitoraj aveva la casa là.

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La fragranza Anymus con la scatola in cui è riprodotta un’opera di Salvatore Caputo

Il 27 giugno sarò là perché, con altri soci, abbiamo creato la linea di profumi del marchio Triquetra, un profumo di nicchia. Il primo profumo della linea, Anymus, è particolare per le essenze che esso continee e diffone ma pure le confezioni. Le scatole sono fatte con opere mie per cui si realizza un connubio tra il naso, gli occhi, le orecchie [saranno pure presenti delle installazioni]. A Palazzo Guiscardo e per un mese intero, si potrà vivere l’esperienza di un percorso olfattivo e visivo e sonoro in cui si intrecciano essenze, i miei panni “picti” (dipinti), le mie ultime opere realizzate con vecchie pezze di tessuto su cui dipingo con pennellate veloci.

M.: Grazie e a presto!

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