Bon, nuova intervista a…Pascal Catherine!

Mi piace il paesaggio siciliano perché è profondo e perché si compone di tante e particolari macchie di colore e, come nella musica moderna, di dissonanze. In Sicilia, ci sono piante che non si distruggono da un anno all’altro, rimangono gli steli spogli o con le spine e hanno un calore come se fossero morti, vanno sul viola, sul giallo e, confrontati ai colori della primavera, creano delle forti dissonanze. E questo mi piace.

(Pascal Catherine, o semplicemente, Pascal)

3Così si è conclusa la mia gita a Montevago (Ag), piccolo paese circondato da vaste valli ricoperte da un patchwork di frumento e di ordinati filari di viti, e così si è conclusa la mia lunga  ed illuminante conversazione nella casa-studio di Pascal Catherine, artista di origini francesi da anni residente nel cuore della Sicilia, che la vostra Marga Rina ha appena intervistato…e siamo a 5!

Come spero abbiate letto in precedenza, Pascal è ed è stata una piacevole scoperta per il blog Panormitania: la vostra Marga Rina l’ha conosciuto, nel maggio scorso, al vernissage di “Destinazione Palermo, La città diffusa”, alla Galleria Elle Arte di Palermo rimanendo profondamente colpita dal suo “Palazzo Notarbartolo di Villarosa”, sito in Piazza Marina ma dipinto attraverso i rami e le foglie di Giardino Garibaldi: un prospettiva altra che ho analizzato nel post “Antropologia dell’Arte-Volume II”.

Pascal, nato a Pont Douilly, nella regione denominata Svizzera Normanna, ha iniziato a dipingere giovanissimo senza mai fermarsi e senza mai smettere di sperimentare nuove tecniche e nuove forme ed espressioni artistiche. Ama disegnare e dipingere il multiforme paesaggio siciliano, sia rurale e roccioso, sia marino – soprattutto le scogliere! – sia scorci urbani insoliti e peculiarissime nature morte. Ma andiamo a conoscerlo!

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Marga Rina: Nato a Pont Doully, nella Svizzera Normanna, trasferito giovanissimo a Parigi, sei giunto in Italia nel 1986 e dagli anni ’90 risiedi in Sicilia. Ti sei fermato o non hai ancora raggiunto, come Ulisse, la tua Itaca?

Pascal: Questo ancora non lo so! Veramente non lo so perché qua, per certi aspetti, mi trovo molto bene e io, anzi, avrei più la tendenza, più che tornare verso la Francia, a scendere giù verso l’Africa, anche perché per ora in Sicilia abbiamo l’opportunità di incontrare persone africane e in loro c’è uno spirito che mi piace, qualcosa che è tra la purezza e la bellezza. Sono anche persone molto intelligenti, senti in loro qualcosa che vive ed è attivo. Qua in Sicilia l’intelligenza si confonde spesso con la furbizia.

M.R.: “Perché civile, essere civile, vuol dire proprio questo: dentro, neri come corvi; fuori, bianchi come colombi; in corpo fiele; in bocca miele. (Luigi Pirandello)

A proposito di identità, tema caro ma spinoso agli antropologi, ti senti francese, italiano, siciliano o normanno?

P.: Io mi sento con la cultura normanna ancora presente, poi ho vissuto a Parigi e se ritorno anche per 5 minuti a Parigi ritrovo subito i suoi ritmi! Per quanto riguarda la Sicilia, ci ho passato quasi la quasi metà della mia vita ormai. Mi sento pure siciliano perché, come si dice qua, quando c’è da ragionare, ragiono pure in siciliano.

In generale, credo che, quando ti sposti da un posto all’altro, devi impregnarti di quello che c’è nel posto. Quel che mi è più piaciuto della Sicilia è che, in essa,ci sono diversi universi. Ad esempio, giorni fa ero nelle Saline di Trapani e ho trovato un’atmosfera strana, particolare, se poi mi sposto a Erice, tutto cambia, la prospettiva cambia. Tutto cambia se vai in campagna, al mare o in montagna o nei boschi. Oltre a muoverti fisicamente, ti sposti pure nel tempo in Sicilia.

M.R.: Pittura, disegno, incisione, lavoro su vetro, doratura delle cornici e chi più ne ha più ne metta! Non smetti mai di provare e sperimentare! Credo che la frase “Conosci ciò che ti sta davanti, e ti si manifesterà ciò che ti è nascosto. Giacchè non vi è nulla di nascosto che non sarà manifesto” (frase attribuita a Gesù e contenuta nel Vangelo di Tommaso , tratta dai testi gnostici ritrovati a Nah Hammadi, in Egitto) e da te riportata nel catalogo della tua mostra “Paesaggio: uno stimolo per la mente”, faccia al caso tuo.

È nella tua indole, nella tua natura sperimentare?

P.: Si si. La prima cosa che ho fatto come alternativa alla pittura sono le vetrate.  Ho dovuto cercare le antiche ricette per dipingere sul vetro con quello che si chiama la grisaille, la pittura per vetrate usata nel Medioevo. Dopo ho lavorato con un artigiano di Burgio e siamo riusciti a realizzare dei bei lavori. Dopo sono andato all’Accademia di Belle Arti di Palermo e lì ho imparato la tecnica dell’incisione con eccellenti professori.

M.R.: A cosa stai lavorando adesso?

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P.: È una pala d’altare, che rappresenterà l’Annunciazione. C’è una grossa parte artigianale dentro [Pascal ha, di recente, imparato a realizzare pure le cornici colorate e dorate delle sue opere ]: c’è il legno che si deve sagomare, è un’opera in tre dimensioni. C’è quindi una parte importante di falegnameria, poi la preparazione realizzata con delle tecniche antiche con la colla di pelle di coniglio, poi la foglia d’argento o la foglia d’oro. Questo lavoro nasce dal desiderio di immergermi nel mondo spirituale, che apparteneva alla Sicilia e che forse è la nostra vera cultura. Noi, infatti, parliamo sempre di cultura ma quella reale l’abbiamo persa. Poi, da quando sono in Sicilia, mi sono avvicinato alla religione cristiana e ho provato a capirla. Oggi è molto criticata ma io credo che ciò sia dovuto alla confusione nell’interpretazione dei testi.

Ragionando molto sul dilagare dell’ateismo (soprattutto in Francia), ho riflettuto pure molto su me stesso. Prendiamo in considerazione l’America e gli indiani d’America. Una volta, a 18 anni, ho fatto scalo a Los Angeles e tra tutte le persone incontrate, mi ha colpito un nativo americano che aveva una presenza incredibile e per tutto il resto della mia vita m’è rimasto in memoria. E poi quando ho avuto l’opportunità, ho provato a conoscere la filosofia degli indiani con il loro grande rispetto della Natura, il rispetto di una dimensione sopra di noi, il loro mondo spirituale è attivo. Gli indiani manco volevano coltivare la terra per non ferirla. Ho praticato lo Yoga e mi sono interessato alle religioni e filosofie orientali. Ci sono poi cose nei testi sacri indiani di una profondità incredibile, che sembra proprio unire – Yoga significa proprio unire – l’uomo con quello che noi chiamiamo Dio.

M.R.: Dipingi soprattutto 2 tipi di soggetti: da un lato “paesaggi di terra e di acque”, come recita il sottotitolo della tua personale “Il verde della foce” del 2002 e dall’altro nature morte.

Cominciamo dai paesaggi che sono in genere vaste valli o spianate o litorali senza persone, perché mancano?

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P.: La presenza delle persone è già nel paesaggio composto dagli esseri umani. E questa è già una risposta. Il paesaggio che ritraggo reca ben visibili i segni della mano dell’uomo che l’ha arato, seminato, coltivato.

Poi c’è un’altra cosa: non mi piace molto la presenza dell’uomo nelle campagne. Una volta ho fatto un viaggio in Ucraina e lì nelle campagne le persone sono meno evolute a livello della tecnologia e le persone sono più in armonia con la campagna. Se dovessi vivere lì, farei le persone nelle campagne!

fra046M.R.: Poi dipingi nature morte particolarissime in cui inserisci ad esempio sacchetti di plastica, cd ma anche piastrelle dipinte. Come mai?

P.:[Mentre guardiamo l’opera in figura] Questi sono tutti contenitori: c’è il contenitore per l’acqua, il contenitore per la spesa, il contenitore per la musica. Ho esitato su questo quadro per quello che riguarda il titolo e poi mi piace molto la plastica. Ho, infatti, lavorato molto sulle trasparenze del vetro e sul quelle della plastica, mi piace molto come materia a livello pittorico. Un giorno ho fatto un quadro dove c’è un sacchetto di plastica che avvolge un teschio umano e credo che questo potrebbe essere un’icona moderna perché la plastica ha ormai invaso la nostra vita e pure quella dei pesci che la ingoiano. La plastica è un elemento creato dall’uomo da prendere in considerazione, anziché le classiche nature morte.

[Osservando l’opera che Pascal tiene in mano] Questo si chiama “Quartetto per casalinga allegro ma non troppo” e mi è sembrato di rinnovare un poco il mondo della natura morta!

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A proposito delle piastrelle, Sin da quando sono arrivato in Sicilia, ho frequentato molti ceramisti tra i quali Carmelo Giallo, che ha ritrovato le antiche ricette della ceramica arabo-normanna, poi tra Aspra e Bagheria c’è Mirella Pipia, una bravissima ceramista. Dopo averla scoperta e poiché vivo in un ambiente in cui ci sono, le ho inserite  perché sono una parte decorativa delle case siciliane. E poi, le cucine antiche siciliane sono belle.

M.R.: Cosa c’è di francese nelle tue opere?

P.: Forse un modo di concepire la pittura. Gli artisti che prediligo hanno sempre, però avuto un qualche rapporto con l’Italia, anche se Francia e ltalia già sono culturalmente vicine.  Uno dei pittori francesi importanti per me è Jean-Baptiste Camille Corot, che ha pure vissuto in Italia. Corot è tra i precursori dell’impressionismo, ma io preferisco i realisti e per questo che mi piacciono molto i pittori siciliani. E pure i pittori siciliani dell’800 sono pure andati in Francia, c’è sempre stato un rapporto. Per quel che riguarda la grafica risalgo un po’ più avanti  e mi piacciono gli artisti del diciottesimo secolo, erano soprattutto viaggiatori come Jean Pierre Houel.

M.R.: E di siciliano?

P.: Io faccio parte della scuola dell’incisione che ho imparato qua e poi tutto quello che riguarda il lavoro della doratura. In pittura prediligo Antonino  Leto, Francesco Lo jacono ma soprattutto Leto, che vedo come se fossero ancora qua. Non mi vedo tanto staccato da loro tanto che se fossero vivi andremmo a dipingere assieme!

Mentre sorseggiamo un tè verde, al termine di un pranzo preparato da Pascal, un risotto ai calamari buonissimo, cucinato in una pentola  pressione francese, gli pongo l’ultima domanda…

4M.R.: “L’arte è perfino più bella della realtà, che con il tempo svanisce.” (Leonardo da Vinci)

Sul tuo profilo Facebook hai scritto che, anche se apparentemente un artista realista riproduce la realtà così com’è, quel che conta è come uno la vede questa realtà. Cosa vedi tu quando guardi un paesaggio che poi ritrai?

P.: Già io sono sempre attento a quello che c’è intorno ma quello che mi distingue è il tempo di guardare. Io ho sempre creduto che uno diventa artista non perché ha delle doti particolari ma perché si interessa a qualche cosa, poi prova a capire come funzionano le cose. Io dei paesaggi conosco benissimo le piante, le ho vissute, conosco il loro ciclo. Conosco circa il il 95% delle piante che sono qua. Sono mie non nel senso di possesso ma come integrazione, fanno parte di me stesso.

Una cosa nella pittura che ho imparato praticando lo Yoga  è che nessuno è migliore degli altri ma più vicino. Nell’arte oggi, si usa molto la fotografia e puoi riprodurre paesaggi o altro ma la pittura avrà sempre qualche cosa di altro, è più sentita e più vicina a noi perché quello che è dipinto è già stato integrato da una persona , è qualcosa che fa parte di noi, esce da noi. Usando un paragone musicale, per me la pittura è leggere lo spartito della natura.

M.R.: Merci!

Volete  un’altra perla di Pascal? Eccovela:

Uno deve essere consapevole di quello che è. Se uno è consapevole di quello che è, allora va avanti.

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