Almost flying: racconto breve di Margherita Musso

Buon pomeriggio, cari follower! Oggi pubblico un post  che non sarà, come al solito, una recensione mostruosa o un’intervista alternativa ad un’artista che espone o ha esposto a Palermo. No, sarà un post anomalo che conterrà un racconto scritto da me non con il nome simpatico di Marga Rina, ma con il mio nome “secolare” di Margherita Musso…ebbene sì, ora sapete come mi chiamo veramente!…perchè pensavate mi chiamassi Marga Rina?!?

Ho scritto questo racconto che ha dato il titolo al post odierno in occasione di un reading autobiografico svoltosi lo scorso 26 marzo 2017 al Margaret Cafè di Terrasini (Pa), nell’ambito dell’evento “Cuntalatua”, organizzato dall’Associazione “Officina Rigenerazione” di Cinisi e promosso dall’Associazione Asadin di Terrasini.

La partecipazione era  ed è gratuita – l’evento ha avuto un tale successo che sta proseguendo i suoi incontri di lettura, il prossimo dei quali è previsto per venerdì 7 aprile 2017, dalle ore 18:30 – e da regolamento prevedeva di scrivere un breve racconto che prendesse spunto da un “oggetto” che il lettore chiamato a leggerlo nell’accogliente sala interna del Margaret Cafè avrebbe dovuto portare con sé.

Ebbene, domenica 26 marzo, con grande emozione, la vostra Margherita Musso ha letto il suo breve racconto dal titolo “Almost flying”, ispirato a una persona e ad “Almost Flying”, opera pittorica dell’amico artista Roberto Fontana.

Prima di salutarvi, vorrei rivolgere un ringraziamento particolare alla mia cara amica Evelin Costa, tra gli organizzatori di questo interessante evento.

Eccolo:

Almost flying

di Margherita Musso (Marga Rina)

Tutti gli uomini, infatti, sono uova, per così dire. Noi esistiamo, ma non abbiamo ancora raggiunto la forma che ci è destinata. Siamo ancora allo stato  potenziale, un esempio del non-ancora-compiuto. Perché l’uomo è una creatura decaduta, e questo lo sappiamo dalla Genesi. Anche Humpty  Dumpty è una creatura decaduta. Egli cade dal suo muro, e nessuno  riesce a rimetterlo insieme: né il re, né i suoi cavalli, né i suoi uomini. Ma è proprio questo quello che tutti noi adesso dobbiamo sforzarci di fare. È il nostro dovere in quanto esseri umani:  rimettere insieme l’uovo. Perché ciascuno di noi, sir, è Humpty  Dumpty. E aiutare lui equivale ad aiutare noi stessi.

(Paul Auster, Città di vetro)

La meta era una e una sola, superare. Pareva destinato ad accontentarsi: vivi di piccole conquiste e sarai felice. Invece, no. L’insoddisfazione era un ingrediente quotidiano. Superare e superarsi…ma come fare?

Da quando era andato in pensione, Gianni aveva sempre vissuto nell’ombra, nell’ombra di qualcun altro. Adesso avrebbe voluto vivere abbarbicato solo alla sua, tutto solo sotto un cielo immenso in una giornata di sole priva di nuvole. Come amava fare in compagnia del suo Buck, cane fedele: rosolarsi stesi sotto il sole, due corpi e un unico fascio di luce. E magari pure un paio di anime, ma Gianni non ne era sicuro.

Ebbro di calore e d’aria primaverile, quella che scalda, non fa sudare, ha cominciato a sognare. Timido, impacciato e un po’ balbuziente lo era sempre stato: in pubblico parlava solo se interrogato e si esprimeva con frasi brevi, e di fretta. Teneva tutto dentro, riportava fedelmente pensieri, parole e versi simili a poesie in libertà su un anonimo diario ormai da molti anni. Ad ispirarlo sempre Madre Natura e i suoi esserini pennuti.

Ha sognato d’essere uno scrittore di fama, che tutti riconoscono per la via e a cui tutti chiedono l’autografo. Ha sognato di scrivere un best seller all’anno e di vivere solo di scrittura, di cibarsene, anche.

Tante immagini popolavano la sua testa e ogni volta che una bussava al suo cervello, apriva la finestra per farle prendere aria e dare sfogo al suo prurito creativo. Non sapeva bene dove tutte queste immagini lo avrebbero portato, ma scriveva tutte le volte che il cervello lo chiamava.

Che fosse la pagina già strappata di un calendario, uno scontrino o la facciata di un diario, tutto era meta designata dal momento (o caso) per riunire immagini, che iniziavano a mutarsi in storie. Il suo sogno era diventare una sorta di Paul Auster all’italiana: l’aveva scoperto per caso e ne era stato conquistato. Amava le sue atmosfere teatrali e sempre al limite del surreale. Sognava pure di conoscerlo, un giorno.

Giorno dopo giorno, gli episodi divennero racconti e i racconti romanzi.  Si limitava a farli leggere alla sua piccola e selezionata cerchia di amici. Sognava in grande, Gianni, era assai prolifico ma profondamente insicuro. Viviamo in un‘epoca in cui il più ridicolo personaggio famoso se scrive un libercolo si assicura un successo editoriale, mentre chi impiega una vita a scrivere un piccolo capolavoro, poiché nessuno lo conosce, morirà senza che alcuno lo scopra. Gianni amava costruire pareti invisibili di parole, ancorate a pilastri di fantasie irriverenti e ricoperte da tegole di punteggiatura….le sue costruzioni erano a prova di terremoto letterario ma solo lui le vedeva, e pochi altri.

Scrivere era pressoché vitale per lui, al punto che dimenticò che di vivere gli restava assai poco. Un dolore sordo e profondo aveva iniziato a solleticargli una spalla. Finché scriveva o passeggiava sotto il sole di primavera assorto nei suoi intermondi, coi piedi a centimetri da terra, tutti gli elementi disturbanti erano nulla, un nulla che, però, cresceva silente. Passavano le settimane e i mesi, le visite specialistiche, mentre il solletico si mutava in dolore e Gianni mai creduto: che forse immaginasse il dolore, lui, che viveva costantemente su una nuvola sulla quale amava piantar parole da cui nascevano frasi che, come rampicanti, gli si avvinghiavano al cuore?

Un pomeriggio di giugno tutto mutò. La nuvola si diradò per fare spazio alla malattia. Cure su cure e tra un ricovero e l’altro, nei momenti di lucidità che andava scemando, il sogno riappariva e Gianni afferrava il quaderno e vi depositava i suoi ultimi piccoli lampi. Non era passato poi tanto tempo da quando si era immaginato aquila a osservare il mondo da vette altissime e a ridicolizzare la piccolezza umana.

Ora con le piccole alucce di Humpty Dumpty mezzo uscito dal suo guscio, provava a spiccare incerti salti che di poco fendevano l’aria, senza mutare alcunché. Ancorato alla realtà, non riusciva che a sognare negli sparuti momenti di lucidità. Il dolore invadeva il suo corpo, lo colmava come una giara incrinata.

Gianni non c’è più. È stato seppellito in gennaio. Era una larva di ossa metastatiche e di pelle diafana. Ha smesso di mangiare, di bere, di respirare. Ma prima di smettere di sognare mi ha consegnato i suoi quaderni che saranno libri, quei libri che lui stesso, senza saperlo, ha posato uno sopra l’altro per erigere la scala che l’ha portato tra le nuvole.

Ora ti sei superato. Ora ci sei riuscito.

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